Lettera IX

Umbra

Il giorno s’andava spegnendo quando tornai sul ciglio dell’Ombelico, e così la pelle di squame del serpente che lì m’aveva condotta. Non c’è notte più nera di quella che attende sulla soglia di ciò che hai fuggito, ed io lì la incontrai. Avrei afferrato il giorno per la coda perché restasse a illuminare il percorso, ma vi rinunciai perché l’avrei strozzato. Così quel serpente, che vidi deviare dalla linea del moto ch’era stato a noi comune e imboccare una direzione centripeta ch’egli soltanto sapeva vedere. Nella penombra di quel tempo ristetti a guardarlo disegnare quei cerchi, ma non lo seguii poiché mi parvero avere uno scopo a me ignoto. Né avrei potuto arrestarlo: non si può arrestare il serpente senza subirne il veleno. Lasciai dunque che andasse ed egli andò e s’avvolse e s’avvolse ma, prima che arrivasse a mordersi la coda, sparì nel nulla che seppi tuttavia non essere un nulla, poiché nell’Ombelico egli era disceso, a seguire il senso del suo moto nel buio di quel ch’è sommerso.

E nel punto in cui il serpente s’era dileguato vidi, ritto e immoto, il grande nero uccello che m’aveva rubato il mio grano d’oro dal fondo dell’animo. L’aveva ancora nel becco, riluceva, minuscolo e grandioso, radunando attorno alla sua piccola mole la luce lontana delle infinite stelle e stava così sospeso nel buio, nel becco del buio. L’uccello mi guardò col suo occhio di pece, che brillava come luna del sole del mio grano; mi guardò profondissimamente e a me parve d’improvviso che strappargli quel grano d’oro fosse tutto ciò che desiderassi davvero, perché era mio ed egli me l’aveva rubato. Ma non mi mossi né diedi mostra in alcun modo del mio desiderio, certa che, sospettando le mie intenzioni, la creatura avrebbe aperto crudelmente il suo becco, anche solo un poco, e nel buio che si spalancava senza fine sotto di noi ella avrebbe lasciato cadere e perdersi ogni speranza. Non m’accorgevo che l’uccello guardava già negli occhi il mio desiderio, più a fondo di me, che glielo nascondevo. Non fu crudele tuttavia, fu qualcosa d’altro: non lasciò precipitare il mio grano nel buio ma, dispiegando le ali, col mio grano nel becco si precipitò nell’Ombelico egli stesso.

Non v’è perfidia nell’eco degli eventi, ma il senso inascoltato delle cose. Dalle viscere dell’Ombelico l’abisso mi chiamò, ed io lo penetrai, poiché ciò che si ripete chiede ascolto. Nel buio cercai la luce d’oro del mio grano ma non avvertii che il sommesso frullar d’ali del grande nero uccello, particola del sommo buio che mi s’era stretto attorno. Compresi che non vi è altro modo di mirare una stella che non sia farsi amica la notte, così mi feci amica la mia: Umbra la chiamai e, chiamata, ella venne; planò leggera al mio fianco e mi porse il suo becco, perché lo carezzassi. Con le dita sfiorai il grano d’oro ch’ella brandiva, lo desideravo ma non lo ghermii, perché l’avrei offesa. Né ella me lo rese mai, né più lo portò via.

P.S.

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Scrissi alcune lettere quando giunsi sulla Isla del Se per la prima volta. Te le invierò tramite ebook gratuito e sarò felice di avvisarti ogni qualvolta ci saranno novità da questo luogo profondissimo.

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